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IL CESPUGLIO DI SPINE ARDENTE

 “Or Mosè pascolava il gregge di Jethro suo suocero, sacerdote di Madian; egli portò il gregge oltre il deserto e giunse alla montagna di Dio, all’Horeb. E l’Angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, di mezzo a un roveto. Mosè guardò ed ecco il roveto bruciava col fuoco, ma il roveto non si consumava. Allora Mosè disse: «Ora mi sposterò per vedere questo grandioso spettacolo: perché mai il roveto non si consuma!». Or l’Eterno vide che egli si era spostato per vedere, e Dio lo chiamò di mezzo al roveto e disse: «Mosè, Mosè!». Egli rispose: «Eccomi». Dio disse: «Non avvicinarti qui; togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo». Poi aggiunse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abrahamo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe». E Mosè si nascose la faccia, perché aveva paura di guardare Dio” (Esodo 3:1-6).

Nell’Apocalisse, al capitolo 15, verso 3, leggiamo: “E cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell’Agnello…”. È meraviglioso il fatto che, nell’ultimo libro della Bibbia, Mosè sia chiamato il “servo di Dio”. Abbiamo molto da imparare da Mosè per quanto riguarda il servizio.

Uno straordinario fenomeno
Credo che in Esodo, al capitolo 3, ci sia uno dei racconti più straordinari di tutta la Bibbia. Dio si è incontrato con un essere umano e gli ha cambiato tutto il corso della vita, portandolo ad un servizio che ha superato il tempo.

La cosa straordinaria (dico questo con riverenza) è che Dio si sia messo in un roveto. A pensarci, sembra strano! La parola “roveto” in ebraico, significa “cespuglio di spine”. I cristiani hanno cercato di far apparire quel cespuglio come qualcosa di migliore, ma i cespugli di spine sono molto comuni. Si trovano sparsi dappertutto nel deserto. Non crescono mai più di un metro.

Riuscite a comprendere il fatto che Dio stesso si sia messo dentro un cespuglio di spine? Il cespuglio bruciava, ma non si consumava. Mosè aveva visto tanti di quei cespugli! Quando si seccavano spontaneamente, prendevano fuoco col calore del sole. Io stesso ne sono testimone. Sono stato con un beduino, ho visto del fuoco e gli ho chiesto cosa fosse. Mi ha risposto che non era altro che un cespuglio di spine che aveva preso fuoco.

In un primo momento, Mosè non si era interessato a quel cespuglio che bruciava. Ma, subito dopo, si rese conto che quel cespuglio di spine bruciava, ma non si consumava. E mentre si avvicinava per vedere meglio quello strano fenomeno, una voce proveniente dal basso, disse: “Mosè, Mosé, togliti i sandali, perché la terra dove tu stai è santa”.

Il fuoco rappresenta Dio, il cespuglio rappresenta il Suo servo. Il fuoco rimane fuoco e il cespuglio rimane cespuglio; ma, quando il cespuglio e il fuoco si uniscono, la volontà di Dio si adempie ed avviene una manifestazione nel mondo. Pensateci! Quel cespuglio non era vivo, era già secco, morto. Aveva vissuto la sua vita naturale ed era finito. Non era un bel cespuglio verdeggiante e fiorito, ma un cespuglio di spine morto. Non è straordinario?

Il nulla di Dio
Non voglio mancare di riverenza, ma, se fossi stato io Dio e avessi dovuto incontrare qualcuno per un’occasione importante, avrei scelto una palma dal fogliame verdeggiante. Poi avrei detto dall’alto di quella palma: “Mosè, togliti i sandali, questa è terra santa”. Per me, sarebbe stato biblico così, perché la palma parla di regalità e di santità. Ma Dio non scelse la palma. Avrebbe potuto scegliere un albero d’ulivo; ce ne sono anche in alcune regioni del Sinai. Ma Dio non scelse un ulivo. Avrebbe potuto scegliere un melograno, simbolo di fertilità, ma il Signore non scelse neanche quello. Avrebbe potuto scegliere l’acacia, l’unico legno usato nel tabernacolo. Noi avremmo potuto dire: “Oh, è la casa di Dio, la dimora di Dio!”. Ma Dio non lo fece. Egli scelse un comune cespuglio di spine, che non ha alcun valore.

Il vero servizio inizia col riconoscere che siamo nulla. Noi vorremmo paragonarci alle palme, agli ulivi, ai melograni, ad una bella vigna o all’acacia. Ma, prima di divenire qualcuna di queste cose, la lezione essenziale che ogni servo di Dio deve imparare è che egli è nulla, nemmeno qualcosa di vivo. Quando arriviamo a capire che siamo nulla, il cespuglio brucia, ma non viene ad essere consumato. È un combustibile eterno per un fuoco eterno.

Mosè era veramente qualcuno. Era una palma, nipote di faraone. Egli ebbe la più alta qualità di vita possibile in quei giorni: era ben istruito, sofisticato, aveva tutto ciò che un uomo potesse desiderare. Il Talmud descrive Mosè come un grande eroe popolare, un soldato forte, un generale. Nelle campagne di Libia e d’Etiopia era qualcuno; ma, prima che Dio potesse servirsi di lui, lo ridusse a nulla. A nessun essere umano piace questo genere di trattamento, ma è fondamentale per i veri servi.

Sapete quello che Dio fece con Mosè? La famiglia reale egiziana aveva ripugnanza delle pecore e delle capre e Mosè, per ben quarant’anni, dovette curarsi di pecore e di capre. Quarant’anni! Ogni idea che Mosè potesse avere di essere un salvatore o una guida del popolo di Dio morì. Poi Dio lo chiamò.

Forse non lo sai, ma sei un cespuglio di spine. Forse a te piace pensare di te stesso in termini biblici, come ad una palma o ad un ulivo. Ma tu hai tralasciato qualcosa. Questa è la ragione per cui tanti servi di Dio iniziano nello spirito e terminano nella carne. Molti iniziano a lavorare per il Signore e, poi, cominciano a innalzare se stessi. Ecco perchè così tante tragedie nel servizio per Dio.

Due tipi di opere
Ci sono due tipi di opere. Opere per il Signore e opere del Signore.
Quando lavoriamo per il Signore, pensiamo di essere qualcuno. Ci stiamo affaticando e chiediamo: “Signore, sostienimi, benedicimi, lo sto facendo per Te”. Alcune volte la nostra carne fa un lavoro straordinario e, poi, noi costruiamo qualcosa che non è più opera di Dio. È un lavoro per il Signore. Può essere fieno, paglia e stoppia, ma non è oro, argento e pietre preziose.

Anni fa, nelle Filippine, mi hanno fatto vedere un palazzo di cocco. Era bellissimo. Quel palazzo era la “casa VIP” del governo filippino. I pavimenti, le sedie, il tavolo, i centrini, i copritavolo erano di cocco. Tutto era fatto di cocco. Non potevo crederci. Il lavoro che alcuni svolgono per il Signore è come un palazzo di cocco, che non sopravvivrà mai al fuoco. È fieno, paglia e stoppia.

Il lavoro del Signore è tutta un’altra cosa. Significa che tu sei sotto il Suo governo. Tu non fai quello che Egli non ti comanda, ma solo ciò che ti comanda. Questa è l’opera del Signore e ciò che Egli fa è per sempre.
Per essere ridotto ad un cespuglio morto di spine, devi pagare un caro prezzo. Io lo trovo incredibile. È come se Dio avesse detto: “Mosè, Io ti amo. Voglio essere dentro di te, il principio e la fine del tuo servizio. Voglio essere il fuoco”. Il fuoco attira, distrugge, riscalda ed è sempre stato il simbolo di Dio.

“Mosè, Io voglio essere tutto in te. Tu sei un cespuglio di spine e adesso sei morto. Ci sono voluti quarant’anni per ridurti a nulla, ma adesso Io sono tutto in te; anche il popolo che tu condurrai è un cespuglio morto, pieno di spine, ma Io dimorerò in mezzo a lui; Io sono il suo Dio. Ricordati di questo, Mosè”.

Io sono Colui che sono
L’incontro più spettacolare tra Dio e l’uomo fu quello che Dio ebbe con Mosè.
Mosè disse: “Se devo andare a questo popolo, come dirò che Ti chiami?”. E il Signore rispose: “Io sono Colui che sono” (Esodo 3:14). Non è incredibile? Tutti i teologi messi insieme non sono ancora arrivati a comprendere la verità di questa semplice dichiarazione di Dio: «Dirai così ai figli d’Israele: “L’Io sono mi ha mandato da voi”».

Ho sentito tanti messaggi meravigliosi su questo soggetto. Dio non è stato creato, non ha principio né fine, è onnisciente, onnipotente, meraviglioso! Ma è stato un vecchio evangelista irlandese che mi ha dato luce per capire il significato del messaggio: “Io sono Colui che sono”. Il Signore gli ha detto: “Giovanni, Io sono in te, Io sono tutto ciò di cui tu hai bisogno. Se hai bisogno di amore, Io sono il tuo amore; se hai bisogno di grazia, Io sono la tua grazia; se hai bisogno di potenza, Io sono la tua potenza; se hai bisogno di sapienza, Io sono la tua sapienza.”

Ogni volta che incontro qualcuno in cui brucia il fuoco di Dio sono profondamente commosso. Incontro tanti cosiddetti servi di Dio, vedo talenti, doni naturali, abilità, zelo, ma non vedo il fuoco. Una persona parla ed è soltanto parlare. Un’altra persona canta, tu l’ascolti e dici soltanto: “Che bella voce!”. Una persona suona e tu ne apprezzi il talento. Ma c’è chi canta e t’induce ad adorare; c’è chi suona e ti porta alla presenza del Signore. Quando qualcuno canta e tu adori, quel qualcuno è stato ridotto a nulla, ha il fuoco di Dio. Questa è la differenza. Non voglio dire che Iddio non si serva di doni o di talenti naturali, ma piuttosto che ogni dono o talento deve essere arreso al Signore, deve attraversare la morte, essere sepolto e poi risorgere.

Alcune volte quei doni entrano nel sepolcro e non escono mai più, ma altre volte risorgono sotto un’altra gestione. Ascoltate ciò che disse il Signore Gesù: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (Luca 9:23). Quell’invito non era solo per i discepoli, ma per la moltitudine: “Prenda la sua croce”. La croce non è un dolore di testa, i reumatismi o qualsiasi altra infermità. La cosa più difficile per noi servi di Dio è quella di rinunciare a tutti i nostri diritti per Lui, perdere il nostro io.

Essere sotto la gestione di Dio
Quando Gesù disse ai discepoli che sarebbe stato crocifisso a Gerusalemme, Pietro disse: “Signore, Dio te ne liberi; questo non Ti avverrà mai. Gesù l’amava, ma guardandolo fisso negli occhi disse: Vattene via da me, satana! Povero Pietro, Gesù lo chiamò satana. Se avesse detto: “Pietro, satana ti sta giocando”, non sarebbe stato così offensivo. Se avesse detto: “Pietro, satana ti sta rendendo negativo”, anche in questo caso sarebbe stato più accettabile. Ma chiamarlo “satana” era troppo. Pietro stava seguendo il Signore, aveva lasciato tutto per Lui e adesso sentirsi chiamare satana proprio dal Maestro…!

Voglio darvi una spiegazione di questo particolare passo, con la continuazione della storia di Mosè.
Dopo che il Signore rivelò il Suo nome a Mosè, gli disse: «Che cos’è quello che hai in mano?». Egli rispose: «Un bastone». L’Eterno disse: «Gettalo a terra». Egli lo gettò a terra, ed esso diventò un serpente” (Esodo 4:2-3). Istantaneamente quel bastone diventò il serpente più velenoso del deserto, davanti al quale Mosè fuggì”. “Allora l’Eterno disse a Mosè: «Stendi la tua mano e prendilo per la coda»” (Esodo 4:4).

Quarant’anni nel deserto avevano insegnato a Mosè che prendere uno di quei serpenti dalla coda avrebbe significato essere morsi; ma egli afferrò comunque il serpente, lo prese, e nella sua mano esso divenne un bastone”, quello stesso bastone che avrebbe alzato sopra il Mar Rosso e di fronte alla roccia, quando scaturì l’acqua, simbolo del suo servizio.

Nell’io della tua vita c’è il veleno dell’inferno. Forse tu pensi che questo non sia vero, ma hai una vipera del deserto nascosta dietro il tuo servizio. Solo quando tu la lasci, quando tu perdi il tuo io, ti arrendi e cedi ogni diritto sulla tua vita, vedrai te stesso sotto la vera luce. Il Signore non ha mai detto che tu devi perdere il tuo io. Egli dice che tu lo troverai se prima lo perdi, lo troverai sotto un’altra gestione. Questo è il vero servizio.

Finché non siamo preparati a cedere ogni diritto su noi stessi e prendere la nostra croce, il fuoco può soltanto visitarci. Ma una volta che noi cediamo per mezzo della fede, il fuoco dimorerà in noi. Quando siamo pronti per essere un cespuglio di spine, solo allora Dio produrrà una palma, un ulivo, una vigna, un legno di acacia. Questo è compito Suo. Noi non porteremo niente nell’eternità, soltanto quello che Iddio farà con noi. Noi, che siamo servi del Signore, vogliamo investire nel regno di Dio oro, argento e pietre preziose. Amen.


 
 
Titolo Predicatore  
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